Per il famoso architetto, nel nostro Paese la creatività, come tutti gli altri settori, è paralizzata da “istituzioni che non sostengono” e tagli alla formazione
@Comodamente intervistati
Scappare, andarsene, emigrare all’estero per provare a continuare a fare quello che si ama ma che qui si è impossibilitati a fare. Il titolo del dibattito a cui, nell’ambito del Festival Comodamente a Vittorio Veneto, interviene Aldo Cibic, uno dei più celebri designer italiani, è “Vorremmo star bene in Italia”. Ormai poco più che un miraggio.
Anche per il design le cose vanno meglio lontano da qui?
“Ormai tutti i settori hanno bisogno di spostarsi fuori dall’Italia perché il problema fondamentale sono le istituzioni. Se uno non ha delle istituzioni che lo sostengono in quello che fa, diventa molto difficile”.
Che cosa manca?
“C’è l’incapacità totale di usare chi può produrre il cambiamento, non si sostiene assolutamente il mondo della creatività. In America la cosa è completamente diversa perché dalla fine di luglio è entrata nel Pil come voce di investimento quella dei beni immateriali (ad esempio investimenti in ricerca e sviluppo, benefici futuri attesi dallo sviluppo di una nuova tecnologia, ndr). Finché in Italia questo non è considerato un valore calcolabile non potrà succedere niente, l’America che è più avanti questa cosa la considera”.
Per il vostro settore in particolare quali sono le difficoltà?
“Il designer può lavorare con chi esporta, solo così può avere un profitto che gli permette di avere uno stipendio che gli dia da vivere. Il problema è che è il sistema non viene sostenuto dal punto di vista generale. Ad esempio l’altro giorno tornavo dal Brasile, in aeroporto ho incontrato una coppia di ragazzi italiani, di Milano: uno è architetto, l’altra lavora nel mondo dell’arte. Gli chiedo: ‘Tornate a Milano?’ Rispondono: ‘Assolutamente no, andiamo a Londra’. La risposta che ti senti dare da chiunque ormai è sempre la stessa. La settimana scorsa parlavo con una ragazza che esce dalla Domus Academy, bravissima, la volevo prendere. Mi ha risposto: ‘No, io in Italia non ci lavoro. Vado in Nord Europa o in Asia’”.
Anche lei non vede altra soluzione che la fuga all’estero?
“Sì, perché qui la politica paralizza, il sistema di austerity che è stato applicato paralizza. Paralizzano i tagli alle scuole, i tagli a tutto quello che è la formazione che può generare l’humus per crescere. Al momento non vedo altra soluzione che andare via”.
Letizia Pascale




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