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    Home » Sport » Violenza negli stadi: Ecco come la combattono negli altri Paesi europei

    Violenza negli stadi: Ecco come la combattono negli altri Paesi europei

    Mentre l’Italia è alle prese con nuove politiche per evitare che si ripetano episodi come quello di sabato scorso all’Olimpico, diamo uno sguardo a cosa hanno fatto gli altri stati dell’Unione. Dalla Gran Bretagna alla Germania, tutti i provvedimenti anti-hooligans

    Valeria Strambi di Valeria Strambi
    6 Maggio 2014
    in Sport

    La finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina giocata il 3 maggio all’Olimpico ha forse mostrato il peggio del nostro calcio. Colpi di pistola, petardi e risse che hanno portato al ferimento in maniera grave di un tifoso partenopeo e all’arresto di un ultras della Roma, sono soltano l’ultimo episodio di una violenza che sembra impossibile da estirpare.

    In questi giorni si è riacceso il dibattito politico sul tema, con proposte di ogni tipo. A livello governativo il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha annunciato un disegno di legge anti-ultrà entro 15 giorni che prevederà tra l’altro il divieto a vita di entrare negli stadi per i tifosi violenti. Il premier Matteo Renzi garantisce un pacchetto di revisione complessiva da attuare al termine della campagna elettorale che abbia come obiettivo quello di “restituire il calcio alle famiglie”.

    Per meglio comprendere quali potrebbero essere le misure anti violenza diamo uno sguardo a cosa succede negli altri Stati europei. Gran Bretagna, Germania, Francia, ma anche Spagna e Belgio hanno regolamentato la materia con impostazioni diverse, ma con una comune impronta preventiva e repressiva.

    In Gran Bretagna brucia ancora il ricordo della strage dell’Heysel del 1985, così chiamata dal nome dello stadio di Bruxelles che ospitava la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. In quell’occasione gli hooligans sfondarono le reti divisorie, le persone in fuga cominciarono a calpestarsi e il bilancio fu di 39 morti e 600 feriti, quasi tutti italiani. Dopo la tragedia in Inghilterra furono introdotti numerosi provvedimenti. Con lo ‘Sporting Event Act’ dello stesso anno venne vietata l’introduzione di alcoolici negli stadi, mentre il ‘Public Order Act’ del 1986 permise alla magistratura di interdire la presenza agli eventi sportivi di soggetti ritenuti violenti, costringendoli all’obbligo di firma in caserma.

    Sulla stessa scia le misure degli anni successivi. Nel 1989, dopo la strage di Hillsborough che costò la vita a 96 tifosi del Liverpool, il primo ministro inglese Margaret Thatcher intensificò le misure per combattere i comportamenti degli hooligans. Chi era stato condannato per reati legati a partite di calcio da quell’anno non poteva più assistere a eventi sportivi fuori dall’Inghilterra e dal Galles e chiunque volesse entrare allo stadio doveva presentare un documento di identità, misura eccezionale poichè in Gran Bretagna ancora non esiste nemmeno l’obbligo di portarlo con sé. All’interno della polizia di Scotland Yard fu inoltre creata una squadra speciale di sorveglianza anti-ultras e le società furono obbligate a ristrutturare gli stadi eliminando le barriere tra il campo e gli spalti che, come spiega l’Associazione scientifica Pallium Onlus “sono pericolose in caso di incidenti e contribuiscono ad accumulare nello spettatore tensioni negative che possono sfociare in violenza”,  e sostituendo le gradinate con seggiolini numerati. Il controllo veniva inoltre garantito con un sistema di telecamere a circuito chiuso.

    La Gran Bretagna ha poi puntato molto sulla responsabilizzazione delle società tanto che ha affidato loro la sorveglianza all’interno degli impianti. Stewards privati pagati direttamente dai club sono in collegamento via radio con la polizia che rimane presente solo all’esterno degli stadi. Oggi le forze dell’ordine inglesi hanno la facoltà di arrestare e far processare per direttissima i tifosi anche solo per violenza verbale.

    Il modello anglosassone è stato in parte recepito dalla Germania che, negli ultimi anni, ha ristrutturato gli impianti sportivi togliendo le barriere tra campo e tribune. Oltre alle telecamere esistono poi delle apposite sale con monitor controllati dalla polizia. Anche in questo caso si ricorre al supporto degli stewards pagati dai club.

    In Germania non esiste una legge nazionale in materia di sicurezza degli stadi e il Governo ha optato per un progetto volto a incoraggiare l’autodisciplina e l’autoresponsabilità dei tifosi stessi. Sta alle autorità regionali richiedere la presenza della polizia per quelle partite ritenute a rischio, mentre sono i club che aiutano a individuare i tifosi più violenti che, in caso di comportamenti molesti, possono essere espulsi a tempo indeterminato dagli stadi.

    Anche in Spagna esiste la figura dello steward, mentre spetta alla Commissione Antiviolenza statale imporre ai club il pagamento di forze di polizia aggiuntive in caso di partite potenzialmente pericolose. Negli stadi spagnoli è vietato introdurre bandiere e aste e i tifosi più violenti possono essere espulsi dagli stadi per tre, sei o anche più mesi.

    La Francia invece nel 1993 si è dotata di una legge contro la violenza nello sport e dal 2003 ha sviluppato regole più rigide. Ad esempio, chi danneggia i beni pubblici rischia fino a 5 anni di carcere, chi non rispetta il divieto di assistere alle partite può finire in prigione per 2 anni e il lancio di oggetti o l’introduzione allo stadio di coltelli, aste o striscioni, può comportare 3 anni di reclusione. Anche il possesso di simboli razzisti o xenofobi, l’introduzione di bevande alcooliche e l’invasione di campo sono puniti duramente. I responsabili rischiano fino a 1 anno di carcere.

    Per quanto riguarda il Belgio è stato invece avviato il progetto ‘Football Fan Card’, una sorta di tessera del tifoso obbligatoria per l’acquisto di un biglietto, dotata di microchip con tutti i dati utili per l’identificazione del tifoso.

    Tags: calcioeuropafranciagermaniainghilterraspagnaultrasviolenza negli stadi

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