Bruxelles – Il bersaglio non è il leader della Lega, Matteo Salvini, né l’Italia. Stavolta è l’Europa ad essere messa sotto accusa. “Ho ottenuto attenzione dalle istituzioni. Ma dove eravate quando abbiamo chiesto aiuto?”, la domanda, volutamente critica e polemica, di Carola Rackete, comandante della nave Sea Watch 3, ai parlamentari europei. Lei è passata all’attenzione della cronaca per il contestato salvataggio di 42 migranti lo scorso giugno, la forzatura del divieto di attracco nei porti italiani e gli scontri a distanza con l’allora ministro degli Interni.
“La responsabilità per la criminalizzazione degli atti di salvataggio in mare non è attribuile né a questo né al precedente governo in Italia, è l’Unione Europea che deve trovare un rimedio”. Quasi assolve il leader della Lega, che non nomina mai. Oggi il bersaglio è l’Europa. “Questa mentalità è diffusa in tutta Europa, si tratta di un problema sistemico”.

Anche se per poche ore, la ‘cattedra parlamentare’ passa a Carola. Pochi sorrisi, ma parole determinate. La tedesca è libera di tenere a lezione i presenti sulla criminalizzazione dei salvataggi in mare e il dovere morale di proteggere i diritti umani. Per questo viene accolta da una standing ovation degli eurodeputati della commissione per le Libertà Civili. I “fischi” arrivano dai Parlamentari leghisti, mentre il partito di Salvini, a distanza, commenta gli applausi come un’offesa al popolo italiano. “In Italia sperona una motovedetta della Guardia di Finanza e al Parlamento Europeo viene accolta con applausi”, il commento affidato a Facebook di Lorenzo Fontana, vicesegretario federale del Carroccio.
“La maggior parte degli europei e delle istituzione si batte ancora per dare un volto umano all’Europa e impedire che gli atti di salvataggio vengano considerati criminali e contro la legge” commenta l’eurodeputato Juan Fernando López Aguilar. Ma i buoni propositi non bastano per Carola. Il capitano rinnova l’attacco verso l’Unione Europea con l’accusa di frantumare le norme internazionali nel momento in cui si continua a collaborare con la guardia costiera libica, fingendo che i centri di accoglienza siano un porto sicuro.

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