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    Home » Politica » Bilancio UE, per l’Italia alla fine va anche bene così. Ma non è tutta una buona notizia

    Bilancio UE, per l’Italia alla fine va anche bene così. Ma non è tutta una buona notizia

    La proposta del presidente del Consiglio europeo salva i privilegi dei più ricchi, non puntella lo Stato di diritto e porta l'Italia nel gruppetto dei meno sviluppati. E sulle risorse proprie pochi progressi

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    19 Febbraio 2020
    in Politica, Economia
    risorse proprie

    Bruxelles – Il bilancio dell’UE non è bellissimo, almeno così si dice a Bruxelles e in giro per l’Europa, eppure per l’Italia la proposta del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, risulta vantaggiosa. Ci sono più soldi circa due miliardi di euro in più per le politiche di coesione rispetto all’attuale ciclo di bilancio settennale, ci sono meno perdite agricole rispetto agli altri nel contesto di tagli generali dovuti alla Brexit e alla “tirchieria” degli Stati, e il contributo nazionale per il funzionamento dell’Unione non sarà superiore a quello attuale.

    Proprio così. La Brexit, che pure è considerato uno dei fattori problematici per il nuovo bilancio a dodici stelle, per via del buco da circa 75 miliardi di euro derivante dall’uscita di scena del Regno Unito, torna a favore dell’Erario tricolore. Non si dovrà più pagare il rimborso ai britannici (noto come ‘rebate’) quale forma di compensazione per la partecipazione alla cassa comune. Risparmi per circa un miliardo di euro l’anno, per totali sette miliardi che resteranno nelle casseforti nazionali.

    E poi la crescita. L’anemia dell’economia nazionale è ormai cronica. Ne deriva una contrazione del Prodotto interno lordo che paradossalmente è un bene, almeno in questo caso, per il Paese. Perché se è vero che chi è più ricco più paga, allora nell’Italia a crescita ‘zero virgola’ l’impoverimento corrisponde ad un minore impegno per il bilancio dell’UE. Attualmente l’Italia mette nelle casse comunitarie circa 10 miliardi di euro l’anno. Questo contributo non dovrebbe crescere.

    L’altra faccia della stessa medaglia è il ritrovarsi nel club dei più poveri. L’Italia, Paese del G7, terza economia dell’eurozona, che guadagna più risorse per le politiche di coesione come Grecia, Bulgaria, Romania, Cipro. Dal gruppo dei grandi al gruppo degli ultimi in Europa per arretratezza territoriale. Non certo un bel biglietto da visita. Eppure si saluta il risultato come un qualcosa degno di nota, nel quadro di un bilancio che a livello nazionale si considera come poco incisivo. Il premier Giuseppe Conte però da questa sacca vorrebbe uscire:  “Non possiamo essere il fanalino di coda”, ha detto parlando in Senato del vertice europeo di domani a Bruxelles, ma, in realtà, proprio l’essere in fondo alla lista dei “bravi a crescere” è la posizione che ora ci aiuterà a strappare qualche soldo in più nel prossimo Bilancio europeo

    La natura ambiziosa del nuovo bilancio, da un punto di vista italiano non isolato, si iscrive nella proposta di riforme proprie. Si tratta delle forme di reddito che non necessitano contributi nazionali. Il presidente del Parlamento europeo ipotizza tasse sulla plastica e sulle emissioni (ETS), il Parlamento vedrebbe di buon grado una tassa sulle imprese del digitale. E qui si apre uno dei tanti fronti negoziali, forse il più complicato.

    In Consiglio sono pronti ad andare avanti a oltranza. Gli addetti ai lavori fanno sapere che la maggior parte dei leader si recherà a Bruxelles con l’intenzione di rimanerci quanto più necessario. Questo perché l’agenda del vertice dei leader di marzo è già troppo piena, e dunque rinviare decidere di decidere non è fattibile, a meno di nuovi summit straordinari. Dagli uffici di Michel trapela la preoccupazione per i ritardi. Si vede a rischio il finanziamento dei programmi UE per il 2021, e se continua così, senza accordi, salterà anche il sostegno delle politiche comuni per il 2022.

    Per questo si lavorerà nelle prossime ore. Trovare una sintesi tra le capitali non è compito facile. Austria, Germania, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia godono di rimborsi, altri rebate. La lotta al privilegio che Commissione e il resto degli Stati membri hanno deciso di combattere ha automaticamente prodotto la difesa del privilegio acquisito. Un messaggio difficile da far passare, all’opinione pubblica oggi meno vicina all’UE di quanto fosse solo pochi anni fa. Eppure, Michel si è dovuto piegare in nome della real-politik: se mantenere provvisoriamente il rebate significa superare resistenze e magari spingere il gruppetto dei cinque a mettere di più, allora e rimborso sia. Ma con 20 Stati membri contrari all’idea, le cose iniziano come peggio non potrebbero.

    Ancora, Ungheria e Polonia. Nell’UE paladini dei valori ci si affretta a precisare che “l’idea qui è di proteggere il bilancio, non lo stato di diritto”. Questioni pratiche, perché troppe condizionalità vorrebbero dire veti e l’impossibilità di dotarsi di un budget. E questioni giuridiche. Il bilancio è il prodotto di legislazione secondaria, i trattati il risultato di legislazione primaria, che in quanto tale non è modificabile con il nuovo MFF. “Non a caso si dice di non confondere i dettami dei trattati con MFF”. Ci guadagnano anche i sovranisti dell’est.

    Tags: agricolturabilancio uecharles michelcoesioneitaliamff 2021-2027stato di dirittoue

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