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    Home » Politica Estera » Brexit, Boris alle strette: effetto Biden dagli Usa e la Camera dei Lord sempre più contro

    Brexit, Boris alle strette: effetto Biden dagli Usa e la Camera dei Lord sempre più contro

    Rimosse le clausole su esportazioni e confine irlandese dell'Internal Market Bill alla Camera alta, mentre il nuovo presidente degli Stati Uniti ha già chiarito che non ci saranno accordi commerciali se il Regno Unito non rispetterà il diritto internazionale. Intanto Barnier è a Londra per un nuovo round di negoziati

    Federico Baccini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@federicobaccini" target="_blank">@federicobaccini</a> di Federico Baccini @federicobaccini
    10 Novembre 2020
    in Politica Estera

    Bruxelles – Giù la maschera per Boris Johnson. La “propensione alla teatralità” – come l’aveva definita il Financial Times – del premier britannico sui negoziati della fase post-Brexit potrebbe essere arrivata al capolinea. L’assedio contemporaneo è su tre fronti: europeo, con la fase 2 della procedura d’infrazione a un passo, transatlantico, con l’elezione del nuovo presidente Joe Biden, e interno, con il voto alla Camera dei Lord sulla rimozione delle clausole del controverso disegno di legge sul Mercato interno (che violerebbe sia l’Accordo di recesso del Regno Unito dall’Unione Europea, sia il diritto internazionale). Mancano 51 giorni alla fine del periodo di transizione: l’orizzonte del no deal si avvicina e Johnson sembra non avere più il vento in poppa.

    Il fronte interno

    Il cruccio più concreto (ma anche più prevedibile, come già scrivevamo su Eunews il 30 settembre) per l’inquilino di Downing Street n. 10 arriva dalla Camera dei Lord. Qui il governo Johnson non ha la maggioranza sulla Brexit e dal 20 ottobre è cominciato l’ostruzionismo nei confronti dell’iter legislativo dell’Internal Market Bill: con l’approvazione dell’emendamento di Lord Judge, secondo la Camera alta il disegno di legge mina lo Stato di diritto e danneggia la reputazione del Regno Unito. Ieri sera i Lord hanno votato a favore della rimozione delle clausole della parte quinta disegno di legge: 407 a favore e 148 contrari sulla clausola 144 riguardante le dichiarazioni di esportazione, 433 a favore e 165 contrari sulla clausola 142 in merito alle disposizioni sul protocollo dell’Irlanda del Nord. Con due degli scarti più larghi della storia recente britannica, la Camera dei Lord ha messo ben in chiaro che non condividerà con il governo la responsabilità di un’eventuale violazione degli obblighi internazionali del Regno Unito.

    #HouseofLords votes to remove clause 42 of #UKIMBill – provisions on the Northern Ireland Protocol that would breach the UK’s international law obligations.

    Members vote 165 for the clause to stay, 433 to remove https://t.co/duFE7Bj369

    — House of Lords (@UKHouseofLords) November 9, 2020

    La questione principale riguarda il confine tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda, così come configurato dall’accordo del Venerdì Santo del 1998 (che aveva sancito la fine del conflitto nell’isola). In base all’apposito protocollo contenuto nell’Accordo di recesso, l’Ulster resterebbe temporaneamente all’interno dell’Unione doganale, così da evitare ripercussioni con la frontiera dell’Eire: solo in un secondo momento sarà definito meglio il funzionamento del confine tra le due Irlande. In modo del tutto unilaterale, il governo di Londra sta invece cercando di superare l’Accordo – come previsto dalla clausola 142 del disegno di legge – e portare immediatamente con sé anche Belfast al di fuori dall’Unione doganale, contrariamente a quanto già messo nero su bianco con l’Unione Europea.

    È ampio il fronte del no anche tra i conservatori a quella che a tutti gli effetti rappresenterebbe non solo una violazione dell’Accordo di recesso, ma anche del diritto internazionale (in modo “molto specifico e limitato”, secondo Downing Street). Hanno già espresso la propria volontà di opporsi l’ex-leader del partito Tory, Michael Howard, che dovrebbe votare contro la legislazione, e l’ex-premier Theresa May, che ritiene il progetto di legge “una macchia sulla reputazione” del Paese. La discussione sul Mercato interno tornerà alla Camera dei Comuni a inizio di dicembre, dove il sostegno a Johnson è più consistente e, soprattutto, si pronuncerà il verdetto definitivo (in quanto unica assemblea elettiva di Westminster, alla Camera del Comuni spetta l’ultima parola anche in caso di contrasto con la Camera alta). Proprio per questa ragione, sull’Internal Market Bill il governo sa di poter comunque incassare la fiducia del Parlamento. Ma è anche consapevole che è meglio non sottostimare la frattura con una delle due Camere.

    Il fronte transatlantico

    Le brutte notizie per Johnson sono però iniziate nel pomeriggio di sabato 7 novembre, quando i media statunitensi hanno riportato la breaking news: “Joe Biden wins“. Con l’elezione del nuovo presidente democratico degli Usa, il premier britannico ha perso un importante alleato oltreoceano che avrebbe potuto sostenerlo nella sua forzatura del diritto internazionale. Biden aveva definito Johnson il “clone fisico ed emotivo di Donald Trump”, ma soprattutto durante la campagna elettorale aveva precisato che “qualsiasi accordo commerciale tra Stati Uniti e Regno Unito deve essere subordinato al rispetto dell’Accordo e alla prevenzione del ritorno di un confine duro nell’isola d’Irlanda”. Il 46esimo presidente statunitense ha origini irlandesi ed è particolarmente sensibile al tema: “L’Accordo di pace del Venerdì Santo non può diventare una vittima della Brexit”, ha dichiarato a settembre.

    Da domenica Downing Street sta cercando di prendere in contropiede la nuova amministrazione Usa in carica da gennaio 2021. Prima di tutto, il ministro degli Esteri, Dominic Raab, in un’intervista alla BBC ha già rassicurato i democratici che “il Regno Unito non violerà lo storico accordo” e che “è stata piuttosto l’Unione Europea ad aver fatto pressioni sul governo britannico”. In secondo luogo, lo stesso Johnson ha commentato che i due Paesi hanno “valori, interessi e una prospettiva globale comune“, in particolare sul cambiamento climatico. Dopo l’uscita di Trump dall’accordo sul clima di Parigi, “con il presidente Biden alla Casa Bianca, abbiamo la reale prospettiva di una leadership globale americana nell’affrontare il cambiamento climatico”, ha aggiunto Johnson.

    Congratulations @JoeBiden and @KamalaHarris pic.twitter.com/xrpE99W4c4

    — Boris Johnson (@BorisJohnson) November 7, 2020

    A proposito del rapporto Regno Unito-Stati Uniti, pur essendo stato uno fra i primi leader europei a congratularsi con Biden per il risultato dell’elezione, Johnson non ha ancora parlato con il nuovo presidente. Un portavoce di Downing Street ha negato che la nuova presidenza democratica sia motivo “di preoccupazione” a Londra. Certo è che se il buongiorno si vede dal mattino, dietro ai sorrisi di convenienza sono nascosti coltelli molto affilati. E nemmeno troppo nascosti: Tommy Vietor, l’ex-portavoce per la sicurezza nazionale di Barack Obama, commentando il messaggio di congratulazioni di Johnson a Biden, ha twittato che il premier britannico è “un mostro mutaforma” e che “non dimenticheremo mai i tuoi commenti razzisti su Obama e la devozione servile a Trump”.

    Il fronte europeo

    Intanto ieri sono ricominciati a Londra gli “intensi negoziati” tra Unione Europea e Regno Unito per trovare, quasi sul suono della sirena del 31 dicembre, un accordo per la fase post-Brexit. I prossimi dieci giorni potrebbero essere cruciali, anche se ormai tutto deve essere preso con molta cautela: già il 22 ottobre i capi-negoziatori Michel Barnier e David Frost avevano annunciato di essere a un passo dall’istituzione di un segretariato congiunto “per mettere a punto un testo consolidato”. Poi il nulla, con il capo-negoziatore UE che solo giovedì scorso riportava sconsolato al Parlamento Europeo che “rimangono divergenze molto serie con il Regno Unito”.

    Barnier è tornato ad aggiornare su Twitter sullo stato delle trattative, in occasione del suo ritorno a Londra per raggiungere un accordo UE-Regno Unito, “raddoppiando i nostri sforzi”. Incalzando il governo britannico, ha ricordato le “tre chiavi per sbloccare un’intesa“: rispetto dell’autonomia dell’Unione Europea e della sovranità britannica, solide garanzie su concorrenza e commercio liberi ed equi e l’accesso stabile e reciproco ai mercati e alle opportunità di pesca nell’interesse di entrambe le parti”.

    https://twitter.com/MichelBarnier/status/1325754986215714816?s=20

    Durante la telefonata di sabato con la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, il premier Johnson aveva confermato di essere “sempre stato un grande entusiasta per un accordo commerciale con i nostri amici e partner europei” e che “le linee generali sono abbastanza chiare”. Nei prossimi giorni Barnier potrà avere il vantaggio di trovarsi di fronte a una controparte indebolita dai colpi che negli ultimi giorni sono arrivati da più fronti. Non è però escluso che questo porti come conseguenza un arroccamento britannico sulle posizioni fin qui rivendicate, come ultima difesa disperata per la propria sopravvivenza. È il momento che Johnson faccia cadere la maschera e giochi le sue carte.

    Tags: accordo del Venerdì SantoAccordo di recessoBoris Johnsonbrexitcamera dei lorddavid frostInternal Market BillJoe BidenMichel Barnierno dealRegno Unitostati unitiUe-Regno Unitounione europea

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