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    Home » Politica Estera » Borrell: “Politica estera comune? Gli Stati UE non sono pronti a rinunciare al loro diritto di veto”

    Borrell: “Politica estera comune? Gli Stati UE non sono pronti a rinunciare al loro diritto di veto”

    L'alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza all'evento annuale sullo Stato dell'Unione organizzato dall'Istituto universitario europeo di Firenze

    Fabiana Luca</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@fabiana_luca" target="_blank">@fabiana_luca</a> di Fabiana Luca @fabiana_luca
    7 Maggio 2021
    in Politica Estera

    Bruxelles – Una politica estera comune a livello europeo? Non ci sono le premesse, gli Stati europei non sono ancora pronti ad abbandonare il loro potere di veto. Una riflessione non nuova che arriva ancora una volta dall’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, intervenuto oggi (7 maggio) all’evento annuale sullo Stato dell’Unione organizzato dall’Istituto universitario europeo di Firenze. È noto che a frenare in qualche modo una definizione comune della politica estera dell’Unione è anche la necessità di raggiungere ogni volta l’unanimità in Consiglio per le decisioni in materia di politica estera e di diritti umani, uno scoglio che secondo l’alto rappresentante andrebbe superato e sostituito con un voto a maggioranza qualificata ma per ora non ci sono le premesse. “Il mio lavoro sarebbe molto più semplice”, ha scherzato il capo della diplomazia europea, “ma gli Stati non sono disposti a rinunciare al loro diritto di veto”, perché il principio dell’unanimità da raggiungere in seno al Consiglio non è altro che questo: la possibilità per tutti e Ventisette di esercitare il proprio diritto di dire ‘no’.

    Tante lacune in quella che si chiama “Azione esterna” dell’Unione europea, che non si definisce una politica estera perché agli Stati membri manca una visione comune di quello che c’è fuori dall’UE e alle sue minacce. A quasi due anni dall’insediamento della Commissione geopolitica di Ursula von der Leyen, l’atto più significativo che rimarrà legato all’eredità di Borrell è probabilmente l’introduzione di una ‘legge Magnitsky europea’, ovvero un nuovo regime di sanzioni dedicato a colpire i responsabili di violazioni dei diritti umani, introdotto dall’UE alla fine dell’anno scorso. “Sanzioni limitate”, riconosce Borrell ma solo perché l’idea di questo nuovo regime di sanzioni è quello di colpire individui o entità, non sanzioni o restrizioni economiche che possano andare a mettere in difficoltà la popolazione dei Paesi che ne sono colpiti. Una scelta di campo, apprezzabile, diversa ad esempio da quella degli Stati Uniti che nei casi di Iran e Venezuela non ha preso lo stesso tipo di impegno. Individui o enti e istituzioni: è chiaro che l’effetto è meno d’impatto rispetto a sanzioni più imponenti di tipo economico nei confronti della popolazione. “Non vogliamo aggravare una situazione umanitaria”.

    Borrell fissa poi come priorità per l’Unione europea il lavoro per ristabilire un ordine multilaterale a livello globale “profondamente danneggiato, al momento non c’è accordo su praticamente nulla”, avverte il capo della diplomazia europea. Fondamentale prima ristabilire un ordine mondiale “per avere un quadro di riferimento in cui agire” e affrontare tutte le altre questioni che per l’UE sono priorità, a partire dal cambiamento climatico. Come Unione europea “dobbiamo renderci conto della velocità e della portata dei cambiamenti che avvengono intorno a noi”, anche se l’UE non riceve abbastanza credito per ciò che ha fatto come Istituzione “sia internamente che esternamente”, conclude.

    Tags: autonomia strategiajosep borrellpolitica esterastato dell'unione

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