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Polonia, rottura con l'UE sullo stato di diritto. La Commissione ha l'arma della condizionalità di bilancio ma è indecisa se usarla

Polonia, rottura con l'UE sullo stato di diritto. La Commissione ha l'arma della condizionalità di bilancio ma è indecisa se usarla

A Lussemburgo l'udienza della Corte sul ricorso di Ungheria e Polonia contro il meccanismo di condizionalità, mentre a Bruxelles l'Europarlamento è impegnato a decidere se trascinare la Commissione di fronte al tribunale dell'UE. Pur alle strette, l'Esecutivo rimanda la decisione

Bruxelles – La goccia che fa traboccare il vaso. O almeno questo dovrebbe essere l’ennesima provocazione della Polonia ai danni dell’Unione, con una sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito la scorsa settimana la supremazia delle leggi polacche su quelle europee.  La decisione non è legalmente vincolante finché non sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale polacca, e non è detto che lo sarà mai. Tuttavia, riapre a Bruxelles un dibattito già tracciato su cosa fa e non fa l’Unione Europea per far rispettare i suoi valori e i suoi principi, mentre si accentua il pressing sulla Commissione per usare tutti gli strumenti a sua disposizione.

Ursula von der Leyen

“Sono profondamente preoccupata per la sentenza di ieri del Tribunale costituzionale polacco”, ha dichiarato venerdì la presidente della Commissione Ursula von der Leyen in una nota, precisando di aver incaricato i servizi della Commissione “di analizzarlo in modo completo e rapido. Su questa base, decideremo i prossimi passi”. Prossimi passi ancora non meglio precisati. Difficile non pensare che la mossa polacca avrebbe finalmente smosso la Commissione Europea ad attivare il meccanismo di condizionalità dello stato di diritto, pensato per vincolare i fondi del bilancio comunitario al rispetto dello stato di diritto, uno dei principi cardine dell’Unione.

Uno strumento inedito, tanto osteggiato durante le trattative sul bilancio pluriennale quanto rimandato. Il regolamento è stato pubblicato quasi un anno fa ma mai entrato formalmente in funzione, dal momento che Ungheria e Polonia, dopo aver a lungo rallentato le trattative sul bilancio, hanno presentato pochi mesi dopo un ricorso di fronte alla Corte di giustizia europea per chiedere di verificarne l’ammissibilità. E la Commissione Europea continua a rimandarne l’attuazione almeno fino a che non ci sarà una sentenza.

Udienza a Lussemburgo

Proprio oggi (11 ottobre) si apre a Lussemburgo la prima udienza della Corte sul dossier del meccanismo che durerà fino a domani, fissata per la discussione delle parti nella causa di ricorso, in cui prenderanno la parola anche gli Stati che hanno deciso di intervenire (Belgio, Francia, Spagna, Germania, Svezia, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Danimarca). Dopo questi due giorni di discussione, verrà fissata una successiva udienza per le conclusioni dell’Avvocato Generale, la cui data non è ancora nota, e una ulteriore udienza per la decisione della Corte di giustizia.

polonia indipendenza giudici
La sede della Corte di Giustizia dell’Ue

I tempi per una decisione da Lussemburgo si allungano, e anche di molto. E’ certo che non si arriverà a una conclusione prima della fine dell’anno, e stando alle intenzioni della Commissione finora rese note bisognerà aspettare altrettanto anche per l’attivazione del meccanismo. Si tratta di “questioni estremamente importanti e delicate allo stesso tempo, la Commissione si assicurerà che se e quando procederà, lo farà sulla più solida base giuridica e questo è ciò che stiamo facendo al momento”, ha precisato il portavoce capo della Commissione, Eric Mamer, durante il briefing di oggi con la stampa rispondendo alle domande dei giornalisti. “Annunceremo i prossimi passi quando saremo lì, non prima”.

In sostanza Mamer non dà indicazioni su tempi e modi con cui intende procedere la Commissione. “Stiamo portando avanti questa analisi e punteremo a definirla non appena le condizioni saranno adeguate”. Il meccanismo, una volta entrato in vigore, avrà valore retroattivo, quindi tutti i “casi” di violazione del principio dello stato di diritto registrati da Bruxelles dal primo gennaio 2021 dovranno essere tenuti in considerazione e non cadranno nel vuoto. Nonostante questa certezza, la Commissione è elusiva e continua a rimandare una decisione più per motivazioni politiche, per non provocare una rottura netta con Varsavia e Budapest, che tecniche.

Gli altri strumenti contro la Polonia

Se le funzioni del meccanismo sono inedite, l’esecutivo ha altri strumenti a disposizione per agire contro la Polonia, ormai noti e di dimostrata inefficacia. Può continuare a sospendere l’approvazione delle risorse europee alla Polonia, i 36 miliardi di euro tra prestiti e sovvenzioni, richiesti nel piano nazionale di ripresa e resilienza polacco attraverso il Next Generation EU. Potrebbe avviare un’altra procedura d’infrazione contro Varsavia, e trascinarla di fronte alla Corte o ancora portare avanti la procedura ex articolo 7 del Trattato di Lisbona (la cosiddetta opzione nucleare) che in linea teorica permetterebbe di sospendere il diritto di voto a un Paese. Il condizionale è d’obbligo perché la procedura, finora, non è mai stata utilizzata in mancanza di unanimità tra i Paesi per deciderla.

Più rapidamente, i portavoce hanno confermato oggi che la Commissione potrebbe emettere a tempo debito “una richiesta di pagamento” alla Polonia per le sanzioni imposte dal tribunale dell’UE lo scorso 20 settembre per farle interrompere le attività della miniera di lignite di Turow, al confine con la Repubblica ceca. Vista l’inadempienza da parte di Varsavia, la Corte ha imposto una multa giornaliera di 500mila euro a valere sui finanziamenti alla Polonia dal bilancio, che la Commissione potrebbe presto decidere di riscuotere.

L’Eurocamera pronta a deferire la Commissione

Mentre a Lussemburgo si apre ufficialmente il dossier sul meccanismo di condizionalità, la Commissione è costretta a fare i conti anche con il pressing del Parlamento Europeo per applicarlo. Con un avvertimento in forma scritta del 23 giugno, il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, ha compiuto un primo passo formale verso una causa contro la Commissione alla Corte di Giustizia se non verrà applicato il meccanismo dello stato di diritto alle sovvenzioni dell’UE.

I fatti di Varsavia potrebbero rendere questa minaccia più concreta. Giovedì 14 ottobre, la commissione per gli Affari costituzionali dell’Europarlamento (Juri) discuterà e formulerà una raccomandazione sul caso da rimettere al presidente Sassoli, che dovrà poi decidere come muoversi, se portare avanti la discussione dinanzi la Corte o lasciare correre. Secondo il Parlamento, il meccanismo avrebbe dovuto essere già attivato “nei casi più evidenti di violazione dello Stato di diritto nell’UE”, lo strumento era una delle linee rosse invalicabili per l’Emiciclo per approvare il nuovo bilancio pluriennale. La commissione giuridica ha trattato il file con “estrema urgenza” e infatti a poco meno di due mesi dall’annuncio, finirà al voto degli europarlamentari.

Intanto Sassoli accoglie la presa di posizione netta di von der Leyen, e ricorda che il Parlamento europeo monitora comportamenti e operato dell’esecutivo comunitario. Allo stesso tempo invita Consiglio e presidenza slovena a rompere silenzi e imbarazzi.

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