Bruxelles – La Commissione europea non ha fatto abbastanza per garantire che il Codice Schengen non venisse strumentalizzato dalla politica. Si tratta di un’accusa nei confronti dell’esecutivo che in passato è stata mossa da parte politica, dalla società civile e persino dal mondo accademico. Tale critica è stata sollevata nuovamente oggi (20 agosto) durante il briefing quotidiano dell’esecutivo UE con la stampa in merito ai recenti avvenimenti riguardanti Ceuta. Qui, tra il 30 e il 31 luglio, circa 80 mila migranti dal Marocco hanno tentato di entrare nell’exclace, provocando una crisi che ha riaperto il dibattito sul controllo delle frontiere interne e sul futuro di Schengen, la zona di libera circolazione che comprende 29 Paesi europei in cui le persone possono viaggiare senza subire controlli alle frontiere tra uno Stato e l’altro.
In particolare è stato osservato che dopo l’ultimo rapporto sull’area Schengen – il documento annuale che fotografa lo stato dell’area di libera circolazione pubblicato a maggio 2026 -, il 1° giugno palazzo Berlaymont aveva raccomandato a nove Stati – Austria, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Slovenia e Svezia – di agire per eliminare e revocare gradualmente i controlli alle frontiere interne. Ad oggi, però, sono ancora otto gli Stati europei (UE e non UE) ad avere in vigore la sospensione della libera circolazione delle persone e delle merci, giustificando la misura con “ragioni di pubblica sicurezza”.
Ad esempio è stato riportato l’esempio dell’Italia, dove il governo Meloni ha reintrodotto i controlli alle frontiere a causa degli avvenimenti di Ceuta, che si sono aggiunti ai quelli già presenti sulla frontiera di terra con la Slovenia per i flussi migratori provenienti dalla rotta balcanica. A ciò si aggiunge anche la Germania che ha iniziato a sospendere l’area Schengen nel 2015 – quando ha reintrodotto i controlli alla frontiera con l’Austria per gestire l’ afflusso di rifugiati e migranti lungo la rotta balcanica – e che da allora continua a rinnovare tale sospensione ogni sei mesi, con motivazioni diverse, l’ultima pervenuta a Bruxelles questa settimana.
Di fronte alla constatazione che il commissario europeo per la Migrazione, Magnus Brunner, non starebbe facendo abbastanza per evitare tali abusi, il portavoce della Commissione europea, Markus Lammert, ha ribadito che le leggi UE prevedono che “gli Stati membri possono introdurre i controlli alle frontiere a determinate condizioni” e che al momento l’esecutivo “ sta lavorando a stretto contatto” con tutti gli Stati membri che li hanno attualmente hanno in vigore, nonché “gli Stati membri interessati da tali controlli”.
Il portavoce ha sottolineato che ciò consiste in una cooperazione che sta avvenendo non solo a livello politico, ma anche “tecnico”, attraverso consultazioni permanenti anche da parte del nostro coordinatore Schengen, Olivier Onidi. “Si tratta di collaborare con gli Stati membri per individuare soluzioni alternative, laddove possibile, laddove si possa ridurre la portata, congiuntamente agli accordi tra gli Stati membri e la Commissione”, ha spiegato. Lammert ha poi evidenziato che in un contesto del genere “è importante attuare pienamente l’assistenza digitale per la gestione delle frontiere”, per cui ha annunciato che arriveranno presto nuove proposte riguardanti il sistema Entry-Exit – un sistema informatico automatizzato dell’Unione Europea che registra in via elettronica i dati di ingresso, di uscita e di rifiuto d’accesso dei cittadini di paesi extra-UE che viaggiano per brevi soggiorni nell’area Schengen – e Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera.
Per quanto concerne il sistema informatico, Lammert ha dichiarato che al momento palazzo Berlaymont sta valutando come procedere dopo il 6 settembre, giorno in cui scade il periodo in cui alcuni Stati membri avevano sospeso la raccolta dei dati biometrici, per evitare gravi disagi in termini di code in entrata e in uscita soprattutto negli aeroporti più trafficati. “Siamo in stretto e costruttivo contatto con quei pochi Stati membri che si trovano ad affrontare delle difficoltà in un determinato momento o che le hanno affrontate prima dell’estate e ci metteremo in contatto con tutti” ha aggiunto prima di vantare dei “risultati di successo” ottenuti grazie al sistema. Secondo le stime della Commissione su 150 milioni di ingressi e uscite registrati in 29 Paesi europei, sono stati rilevati oltre 45.000 rifiuti, con più di 1200 casi di persone che rappresentavano “una minaccia per la sicurezza interna dell’UE”.
Un’altra critica che è stata rivolta oggi alla Commissione riguarda la Grecia dove avvengono respingimenti illegali alla frontiera, violenza da parte della polizia e i campi profughi versano in condizioni degradanti. Alla connotazione che il Paese ellenico è riuscito a “ridurre il numero di migranti irregolari, ma continua a effettuare respingimenti e a violare la legge”, Lammert ha risposto che “crede sia evidente che sia vero il contrario” perchè “abbiamo un approccio UE che rispetta lo Stato di diritto” e che allo stesso tempo ha “ridotto l’immigrazione illegale”. Alla domanda: “Quindi la Commissione non vede alcun problema in quello che sta succedendo in Grecia?” non è stata data risposta.


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