Bruxelles – Paesi a un passo dall’adesione, Paesi con ancora diverse mancanze da colmare e Paesi che sembrano invece allontanarsi dall’obiettivo, nonostante siano candidati. Dopo aver definito le condizioni per preparare sé stessa all’ingresso di nuovi membri, l’Unione europea deve ora assicurarsi che anche i Paesi candidati siano pronti a rispettarle. Con il Pacchetto sull’allargamento presentato oggi (4 novembre) dall’Alta rappresentante per la politica estera UE, Kaja Kallas, e dalla commissaria per l’Allargamento, Marta Kos, la Commissione europea fa il punto sui progressi compiuti dai partner e sulle riforme ancora necessarie per entrare nell’Unione.
Bisogna spingere ora, perché “quest’anno il processo di ampliamento ha prodotto più risultati che in qualsiasi altro momento degli ultimi 25 anni”, ha ricordato Kos. Per Kallas, allargare l’Unione significa anche “rafforzare la sicurezza dell’Europa e accrescere il suo peso geopolitico sulla scena internazionale“, oltre alla capacità di esercitare influenza. Una prospettiva che, nel contesto internazionale attuale, va ben oltre la semplice estensione dei confini unitari.
Del resto, come sottolineato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, “i notevoli progressi compiuti da alcuni candidati nell’ultimo anno ci consentono di trasformare in realtà la promessa dell’allargamento”. Per questo Bruxelles propone una serie di tabelle di marcia indicative per i quattro Paesi più avanzati nei negoziati: Montenegro, Albania, Ucraina e Moldavia. “Un percorso chiaro per l’anno a venire e un solido ancoraggio per i prossimi negoziati”, ha spiegato von der Leyen, secondo cui, “passo dopo passo”, si sta costruendo “un’Unione più completa e più forte”.
Accanto alle tabelle di marcia, la Commissione presenta anche un quadro comune per l’integrazione graduale dei Paesi candidati in settori strategici come energia, trasporti, digitale e difesa. L’obiettivo è “avvicinare progressivamente i partner al mercato e alle politiche europee già prima dell’adesione, rafforzando la sicurezza dell’Unione, riducendone le vulnerabilità e creando nuove opportunità economiche”, ha dichiarato Kos in conferenza stampa.
I più vicini: Montenegro, Albania, Ucraina e Moldavia
Palazzo Berlaymont parte dai quattro Paesi che hanno compiuto i progressi maggiori. In testa alla corsa c’è il Montenegro, che ha aperto tutti i 33 capitoli negoziali e ne ha chiusi provvisoriamente 21. Del suo successo del processo di adesione se ne parla da quando la capa dell’esecutivo europeo si era recata a Podgorica per il consueto tour dei Balcani occidentali. “È l’ultimo miglio, dopo anni di sforzi”, aveva detto Ursula von der Leyen in conferenza stampa con il primo ministro montenegrino, Milojko Spajić.
Nella sua valutazione, la Commissione UE ritiene realistico “concludere i negoziati entro la fine del 2026“. Il lavoro sul trattato di adesione “è già in corso” e Bruxelles ha presentato anche il pacchetto finanziario per accompagnare l’ingresso del Paese. Se il percorso procederà secondo le previsioni, “Podgorica potrebbe firmare il trattato nel 2027, “anche verso giugno” ha sostenuto fiduciosa Kos, riuscendo quindi nell’obiettivo di diventare il ventottesimo Stato membro nel 2028.
Segue l’Albania, che in poco più di un anno ha aperto tutti i cluster negoziali, raggiungendo un traguardo importante. Tirana “è all’avanguardia e mantiene il passo, ma deve essere in grado di mantenere il ritmo”, ha constatato Kos. L’Albania ha finora soddisfatto i parametri intermedi sullo Stato di diritto, aprendo la strada alla chiusura provvisoria di quattro capitoli. L’obiettivo del governo albanese è concludere i negoziati entro il 2027, una prospettiva che la Commissione considera ambiziosa ma raggiungibile, a condizione che il Paese mantenga il ritmo delle riforme e rafforzi il dialogo politico interno.
Anche Moldavia e Ucraina hanno aperto quattro cluster nel corso dell’ultimo anno. Per entrambe, la Commissione ritiene soddisfatte le condizioni per aprire tutti i gruppi negoziali rimanenti. Chișinău ha registrato progressi significativi nell’adeguamento della legislazione all’acquis comunitario e nelle riforme dello Stato di diritto. L’obiettivo è chiudere i negoziati all’inizio del 2028, mantenendo l’attuale ritmo di avanzamento. Anche in questo caso, un risultato ambizioso ma fattibile, perché il Paese sta avanzando in modo “promettente”. La commissaria definisce la Moldavia non più solo “il miglior studente della classe”, ma il “migliore in assoluto“.
Per Kiev, invece, il percorso è inevitabilmente condizionato dalla guerra di aggressione russa. Nonostante il conflitto, l’Ucraina ha continuato ad avanzare nelle riforme settoriali e a mantenere operative le proprie istituzioni anticorruzione. “L’Ucraina sta portando avanti riforme radicali sotto i bombardamenti russi“, ha ricordato Kallas “Nessun Paese candidato ha mai intrapreso riforme di questa portata in tempo di guerra, e questo merita un riconoscimento”. Bruxelles chiede tuttavia di accelerare soprattutto sullo Stato di diritto, sulla riforma della pubblica amministrazione e sulla tutela delle minoranze nazionali. L’obiettivo di concludere i negoziati entro la fine del 2028 resta ambizioso e richiederà ulteriori sforzi.
A metà strada: Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina e Kosovo
Più complesso il quadro per gli altri Paesi dei Balcani occidentali. La Macedonia del Nord, in termini di allineamento con la legislazione UE, “è tra i Paesi più preparati“, ha anticipato la commissaria. Ma a Skopje servono progressi sullo Stato di diritto. Il Paese ha comunque ottenuto risultati significativi nell’attuazione delle riforme previste dal programma di crescita per i Balcani occidentali e continua a lavorare sui parametri necessari per aprire il primo cluster negoziale, quello dedicato ai fondamenti dell’adesione, ma resta bloccata dalle modifiche costituzionali che si è impegnata ad adottare.
La Bosnia-Erzegovina “ha urgente bisogno di trovare un capo negoziatore e di adottare importanti riforme giudiziarie”, ha allertato Kos. Sarajevo continua a dichiarare l’integrazione europea come obiettivo strategico, ma sul piano concreto mostra segnali di disimpegno. La Commissione UE segnala “un aumento della retorica divisiva e delle posizioni antieuropee“, oltre a ritardi nell’attuazione delle riforme necessarie per sfruttare i fondi europei.
Il Kosovo, che non ha ancora ottenuto lo status di Paese candidato, ha invece visto rallentare il processo di riforma a causa di una prolungata crisi istituzionale. Qualche progresso è stato registrato nella lotta alla criminalità organizzata e nell’allineamento alla politica estera europea, ma restano preoccupazioni sul funzionamento della giustizia e sul rispetto dei diritti fondamentali. La Commissione UE si è detta pronta a preparare un parere sulla domanda di adesione di Pristina, qualora il Consiglio lo richiedesse.
I passi indietro: Serbia, Turchia e Georgia
È soprattutto su Serbia, Turchia e Georgia che il rapporto della Commissione evidenzia le maggiori criticità, tra arretramenti democratici e scarsa convergenza con la politica estera europea.
La Serbia non ha compiuto progressi sostanziali nei negoziati di adesione. Se sul piano tecnico e dell’allineamento agli standard del mercato interno il lavoro è proseguito, le tendenze negative sul fronte democratico e dello Stato di diritto hanno contraddetto l’obiettivo dichiarato di entrare nell’Unione. “Il nuovo governo avrà la possibilità di invertire la rotta“, ha sostenuto Kos, fiduciosa della nuova guida serba. Ma di dubbi ce ne sono eccome: preoccupano la polarizzazione sociale, le difficoltà delle istituzioni democratiche e il mancato allineamento alla politica estera e di sicurezza comune dell’UE.
Ancora più netto il giudizio sulla Georgia, il cui processo di adesione “si è di fatto arrestato”. Tbilisi continua a non rispettare i nove passaggi indicati dalla Commissione UE per l’avanzamento del percorso europeo, mentre il governo ha proseguito con misure che indeboliscono la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti fondamentali e lo spazio civico. Per Bruxelles, la Georgia è ormai un Paese candidato soltanto sulla carta: senza un cambio di rotta da parte delle autorità, non potrà beneficiare delle opportunità legate al processo di adesione. Ma la via per l’UE “rimane aperta”, ha precisato Kos.
Anche per la Turchia, candidata dal 1999, il divario tra le ambizioni europee dichiarate e la realtà politica interna continua ad aumentare. I negoziati sono fermi dal 2018 e la Commissione segnala un ulteriore deterioramento delle garanzie democratiche, con un’intensificazione delle azioni giudiziarie contro amministratori eletti, oppositori e società civile. “La Turchia resta un Paese candidato e un partner strategico per l’Unione europea”, ha sottolineato Marta Kos, ma le criticità sul rispetto dei criteri politici fondamentali impediscono di riavviare il percorso di adesione.
Con questo nuovo pacchetto, da una parte l’allargamento torna a essere una prospettiva concreta, soprattutto per i quattro Paesi più avanzati; dall’altra, l’ingresso nell’Unione non può prescindere dal rispetto delle regole democratiche e dall’allineamento ai valori europei. Non basta essere candidati, né dichiarare di voler entrare nell’UE. Occorre dimostrare, attraverso le riforme, di essere pronti a farne parte.



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