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    Home » Politica » Fondi UE, Ungheria e Polonia pronte al veto su bilancio e Recovery Fund se legati allo Stato di diritto

    Fondi UE, Ungheria e Polonia pronte al veto su bilancio e Recovery Fund se legati allo Stato di diritto

    In una lettera alle istituzioni europee, Orbán ha minacciato di ritrattare la posizione sul quadro finanziario pluriennale, se non venisse ritirato l'accordo preliminare tra Consiglio e Parlamento sulle condizionalità per l'erogazione dei fondi

    Federico Baccini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@federicobaccini" target="_blank">@federicobaccini</a> di Federico Baccini @federicobaccini
    9 Novembre 2020
    in Politica
    Viktor Orban ungheria
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    Bruxelles – La fumata bianca si tinge di tinte fosche. Dopo l’accordo preliminare di giovedì scorso (5 novembre) tra Consiglio UE e il Parlamento Europeo per vincolare le risorse di bilancio al rispetto dello Stato di diritto, Ungheria e Polonia si sono già dette pronte a mettersi di traverso. Secondo quanto riporta il sito d’informazione mandiner.hu, il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, ha scritto una lettera ai leader delle presidenze del Consiglio dell’Unione Europea in corso e del prossimo anno (in ordine, Germania, Portogallo e Solvenia), al presidente del Consiglio UE, Charles Michel, e alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, minacciando di porre il proprio veto sul bilancio pluriennale 2021-2017 e il Next Generation EU concordato a luglio tra i Ventisette, se non sarà ritirata la proposta sul rispetto dello Stato di diritto. Venerdì scorso anche il premier polacco, Mateusz Morawiecki, aveva ventilato la possibilità di porre il veto, riferendosi a un “diritto di protesta” contro le condizionalità sull’erogazione dei fondi.

    Per capire il peso della minaccia, va inquadrata la questione all’interno del processo decisionale delle istituzioni. L’accordo preliminare – che include appunto i criteri per lo Stato di diritto – dovrebbe essere adottato dal Parlamento e Consiglio sotto forma di regolamento congiunto: il diritto di veto non pesa in questo caso, perché basta la maggioranza qualificata all’interno del Consiglio (almeno 15 Paesi su 27, che rappresentino almeno il 65 per cento della popolazione europea). Anche per l’attivazione del meccanismo sanzionatorio si può fare lo stesso discorso. Secondo il progetto, se la Commissione Ue rilevasse una violazione in atto o un rischio di violazione dello Stato di diritto in un Paese membro, la palla passerebbe al Consiglio: le sanzioni sull’eventuale sospensione dei fondi UE sarebbero decise a maggioranza qualificata e anche in questa situazione non si porrebbe il problema del veto polacco o ungherese.

    Il problema però sta a monte. La minaccia di ricorrere al diritto di veto ha un significato laddove serva l’unanimità. E questo è il caso dell’approvazione del quadro finanziario Ue 2021-2027, con annesso pacchetto Next Generation Eu da 750 miliardi di euro per la ripresa dalla crisi scatenata dalla pandemia Covid-19. In questo caso è richiesta l’unanimità del Consiglio UE:  metà del gruppo di Visegrad (Slovacchia e Repubblica Ceca non si sono ancora espresse) sarebbe pronta a prendere al balzo questa opportunità legale e lascia intendere di non avere remore a ritrattare la propria posizione.

    “Nulla è concordato finché tutto non è concordato”, ha scritto Orbán nella lettera. L’essenza dell’argomentazione del primo ministro ungherese è che queste condizionalità metterebbero a rischio la fiducia tra gli Stati membri e che, nonostante lo Stato di diritto sia un valore comune, la sua applicazione deve essere giudicata dal popolo ungherese. Inoltre, secondo Orbán, “violazione dello Stato di diritto” è un concetto giuridicamente troppo vago, che crea opportunità per abusi politici: ecco perché, se la proposta non cambiasse, il governo ungherese non avrebbe altra scelta che respingere l’accordo concordato a luglio. Nella lettera è stato infine denunciato il fatto che, nonostante il sistema legale ungherese fosse stato giudicato in linea con gli standard europei da funzionari Ue, a settembre il Parlamento Europeo si sia comunque pronunciato a favore della procedura d’infrazione contro l’Ungheria ai sensi dell’articolo 7 dei Trattati.

    Sul fronte polacco, il premier Morawiecki ha commentato che il suo governo “continua a fornire tutte le informazioni relative all’uso di fondi, ma non accetta che lo Stato di diritto sia interpretato secondo la visione dell’Unione Europea“. Per questo motivo “non è opportuno collegare la spesa di bilancio all’interpretazione dello Stato di diritto”, ha aggiunto il premier polacco, perché “ognuno ha un’opinione diversa su come opera la Polonia e sull’indipendenza delle sue istituzioni”. Già il 29 aprile scorso la Commissione Ue ha avviato una procedura d’infrazione per lo Stato di diritto in Polonia, accusando la legge sulla magistratura entrata in vigore a febbraio di minare l’indipendenza dei giudici. Per di più, da due settimane governo e Corte costituzionale sono nell’occhio del ciclone per una controversa sentenza (da tradurre in legge) che limiterebbe ancora di più l’accesso all’aborto. Il tempismo della protesta contro le condizionalità sull’erogazione dei fondi UE sembra essere tutto fuorché casuale.

    Resta da vedere quanto due Paesi come Polonia e, soprattutto Ungheria, che fondano gran parte dei loro bilanci sui contributi europei, andranno davvero fino in fondo in un percorso che colpirebbe fortemente le loro finanze.

    Tags: bilancio pluriennale 2021-2027bilancio pluriennale Ueconsiglio uediritto di vetoMateusz Morawieckinext generation euparlamento uePoloniarecovery fundsanzionistato di dirittoungheriaunione europeaviktor orban

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